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Dalle strade di Torre Annunziata alle medaglie olimpiche, Irma Testa si racconta a Novella2000

Redazione Web, agg. alle
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«In un certo senso è stata la boxe a scegliere me. E probabilmente anche a salvarmi da un destino molto diverso», racconta
Soprannominata la "farfalla del ring", Irma Testa si racconta a cuore aperto a Valeria Volponi sulle pagine di Novella 2000 (che con il nuovo corso ha subito un grande restyling posizionandosi tra le migliori riviste femminili).
Irma Testa non è solo una campionessa, ma anche la dimostrazione di come lo sport possa ridisegnare la propria strada: «In un certo senso è stata la boxe a scegliere me. E probabilmente anche a salvarmi da un destino molto diverso».
Tra riscatto, coming out e battaglie contro il gender gap e i pregiudizi di genere. Con un sogno chiamato Los Angeles 2028.
ECCO L'ESTRATTO DELL'INTERVISTA
Irma aveva scelto la boxe o viceversa?
«In un certo senso è stata la boxe a scegliere me. E probabilmente anche a salvarmi da un destino che avrebbe potuto essere molto diverso. Avevo 12 anni, ero una ragazzina piena di energia, irrequieta, con un carattere ribelle. Passavo i pomeriggi per strada, dietro casa, a pochi passi dalle piazze di spaccio. Finché il maestro Lucio Zurlo, il mio primo allenatore, non mi portò in palestra quasi di forza».
E poi cosa è successo?
«Dopo le iniziali diffidenze, ho capito che quello era il posto giusto per me. Sul ring riuscivo a trasformare la rabbia in qualcosa di positivo e, soprattutto, mi accorgevo che dopo ogni allenamento mi sentivo diversa: più serena, più equilibrata, quasi una persona nuova».
Da quella ragazzina è diventata la “farfalla del ring”. Cosa rappresenta per lei questo soprannome?
«Lo adoro. È un animale difficile da catturare, quasi impossibile. È libera, leggera, elegante nei movimenti. Mi ricorda molto la pugile che ero agli inizi: minuta, magrissima, lontana dall’immagine classica dell’atleta. Forse non avevo il fisico della campionessa, ma avevo una voglia enorme di combattere. Mi identifico talmente tanto in questa immagine che ho perfino una farfalla tatuata sulla pancia».
Cosa raccontavano i pugni di quella bambina che saliva sul ring per la prima volta?
«La mia storia. Quella di una ragazzina cresciuta soprattutto dai nonni mentre mia madre lavorava. In un contesto popolare dove le difficoltà non mancavano. Eppure, conservo ricordi felici. Nel quartiere Provolera, a scuola, eravamo in tante a non poterci permettere sempre una merenda. Era la normalità e per questo non mi sentivo diversa dagli altri. Le differenze sono emerse più tardi, quando ho cambiato scuola e mi sono trovata a confronto con una realtà economicamente molto più privilegiata. È stato allora che ho percepito davvero certe distanze».
Si è mai sentita fuori posto?
«Molte volte. La mia fortuna, però, è che non me ne è mai importato troppo. Ricordo ancora il fastidio di alcuni ragazzi che frequentavano la palestra dove mi allenavo insieme alle altre ragazze. Ci urlavano di andarcene, come se quel posto non fosse adatto a noi. Oppure il rifiuto di alcuni allenatori di seguirmi semplicemente perché ero una donna. Ma il momento più difficile è stato capire quanto fosse complicato, in Italia, fare pugilato ad alti livelli se eri una donna. Per anni le differenze di trattamento sono state evidenti: strutture peggiori, minori attenzioni, condizioni più spartane e risorse economiche ridotte al minimo. Alle pugili arrivavano spesso soltanto le briciole dei fondi disponibili».



